Tra una settimana parto per la spedizione artica che sto progettando da un anno

“Datemi l’inverno, datemi i miei cani. Lasciatemi essere il primo della carovana a trovare le tracce fresche di un orso polare. Non esiste felicità più grande per un cacciatore Inuit“.

Manca meno di una settimana alla “spedizione” artica che sto preparando da oltre un anno.

Tra sette giorni un aereoplano della Greenland Air mi lascerà a Kangerlussuaq, l’ex base militare statunitense a pochi chilometri dalla calotta glaciale, a nord del circolo polare artico. Da lì camminerò per dieci giorni attraverso la tundra artica, in una zona completamente selvaggia e senza alcun tipo di supporto, da solo e con tutto quello di cui avrò bisogno in spalla: cibo, vestiti, tenda, sacco a pelo… una copia tascabile di Moby Dick.

A dieci giorni di cammino c’è lo Stretto di Davis, il braccio di mare che collega l’Atlantico al Mar Glaciale Artico, dove fiumi di ghiaccio millenario si spaccano con rombo di tuono, liberando iceberg alti come palazzi.

Negli ultimi mesi ho studiato a fondo i dettagli di questo viaggio, dall’alimentazione all’attrezzatura, dalle piante artiche alla navigazione. Credo di aver acquisito e affinato gli strumenti necessari ad affrontare una sfida del genere, eppure, come di ogni sfida, ciò che veramente conta è ciò per cui non ti puoi preparare, ovvero l’ostinazione del sogno che ti ha condotto fin lì, della visione che rischia di sbiadire nel caos dei primi, concitati momenti di ogni avventura, quando la vita interiore si scontra con la realtà dei fatti.

Come diceva Mike Tyson: “everyone has a plan until they get punched in the mouth”. E credo che Napoleone dicesse qualcosa di simile sulle battaglie.

Le sensazioni di questa vigilia mi riportano a quindici anni fa, quando mi allenavo sei volte a settimana, seguivo diete rigorose, perdevo anche sei chili in tre giorni per salire sul ring a combattere. Anche allora mi chiedevano la stessa cosa che mi chiedono in questi giorni che precedono la mia partenza: ma non hai paura?

Il mio maestro, quando avevo vent’anni, mi ha insegnato a non salire sul ring con la paura di fallire ma con la curiosità di scoprire cosa voglio veramente: se vincere o perdere, se fermarmi prima del limite o proseguire. In entrambi i casi avrei guadagnato qualcosa di molto più importante di una coppa o di una cintura: avrei conosciuto me stesso.

Quello di cui si dovrebbe avere paura è vivere all’oscuro della propria forza, quella del nostro corpo e della nostra volontà. Dei nostri sogni.

Affronto questo viaggio in Groenlandia con la stessa curiosità che mi accompagnava allora, dieci o quindici anni fa, quando mi fasciavo le mani, mettevo i guantoni e camminavo fino alle corde del ring, senza gloria e senza riflettori, da solo come sarò tra qualche giorno quando la notte calerà sulla tundra artica, nella terra del caribù e del bue muschiato, del cacciatore Inuit e dell’orso polare, dove la natura non è madre ma matrigna.

Ma non hai paura?

No. Forse ne avrò una volta lì. Non lo so.

Ma ogni volta che mi sforzo di pensare a come mi sento in vista di questa avventura, mi torna in mente la frase detta da un cacciatore Inuit all’esploratore artico Knud Rasmussen.

Datemi l’inverno, datemi i miei cani. Lasciatemi essere il primo della carovana a trovare le tracce fresche di un orso polare. Non esiste felicità più grande per un cacciatore Inuit“.

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