Ha senso, al giorno d’oggi, nutrirsi ancora di piante selvatiche?

Perché fare “un passo indietro” nel tempo, nell’evoluzione del genere umano, e procurarsi il cibo come se lo procuravano i nostri antenati, dalla preistoria fino a poche decine di anni fa?
Ciao! Sono Stefano, scrittore e guida ambientale escursionistica.
Vivo metà dell’anno in India, tra Rajasthan e Himalaya, e l’altra metà in Val Grande, nella più vasta area selvaggia d’Italia, dove guido escursioni naturalistiche incentrate sull’uso di piante commestibili e medicinali, tecniche di bushcraft, orientamento e interpretazione ambientale.
Tutte le mie escursioni sono seguite da laboratori pratici, indispensabili a consolidare ciò che insegno sul campo.
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Una delle discipline cardine, dei pilastri su cui si regge Samsara Woods, è il foraging, declinazione moderna della fitoalimurgia, la disciplina che studia l’uso alimentare delle piante selvatiche. Il foraging, dunque, è la pratica di raccogliere e cucinare erbe spontanee, ovviamente commestibili, rinvenute sia in ambienti antropizzati che non: margini di campi, prati, boschi, incolti, persino parchi urbani.
Quella che un tempo era una necessità, una pratica talmente diffusa e naturale da non richiedere neppure un nome che la indicasse, oggi è una delle tante attività, delle tante discipline, che ci aiutano a riacquistare quell’intimità perduta col mondo naturale e, soprattutto, col cibo che mangiamo, un cibo di cui sempre più spesso ignoriamo la provenienza, la filiera che lo porta sulle nostre tavole, così come l’impatto ambientale e sulla nostra salute.

Perché fare foraging oggi? Perché fare “un passo indietro” nel tempo, nell’evoluzione del genere umano, e procurarsi il cibo come se lo procuravano i nostri antenati, dalla preistoria fino a poche decine di anni fa? Quello di raccogliere erbe selvatiche, di chinarsi tra le ortiche e i rovi, di aggirarsi per un bosco con forbici e sacchetto di carta, è un mero esercizio di stile, una delle tante mode “wild” che spuntano di questi tempi, o è un atto di consapevolezza e resistenza?
Lascio decidere a te!
Ci sono però alcune realtà da considerare. Ovvero ⬇️
Nutrirsi di erbe selvatiche, raccolte con le proprie mani, è un modo per mangiare cibo sano, nutriente, (veramente) biologico e gratuito.
Le verdure che compriamo al supermercato hanno generalmente una filiera molto lunga, per cui dall’orto o dal campo in cui sono state coltivate devono fare un percorso che a volte le porta in un continente diverso da quello in cui sono state piantate: verranno refrigerate, trattate, trasportate, scongelate, eccetera. In questo tragitto avranno perso buona parte delle loro sostanze nutritive, del loro apporto energetico, tant’è che gli spinaci che comprate al supermercato hanno fino a otto volte meno ferro degli spinaci selvatici, raccolti in natura. Quando fate foraging, invece, il tempo che passa dalla raccolta al consumo è generalmente molto breve: questo vi permette di mangiare cibo fresco, dall’elevato valore nutrizionale e organolettico. Il cibo selvatico, si sa, conserva meglio anche i suoi sapori.
Le erbe selvatiche, diversamente da quelle coltivate, crescono nei loro ambienti naturali, su terreni non contaminati da pesticidi o altri prodotti chimici, e non sono state sottoposte a selezione genetica.
Mangiare cibo selvatico ci permette di variare ciò che mangiamo e di assumere sostanze nutritive (minerali, vitamine, etc) di cui altrimenti la nostra dieta sarebbe carente, contribuendo inoltre ad arricchire il nostro microbiota intestinale. Tutto questo, inevitabilmente, ha un impatto sulla nostra salute.

Ma forse non mi sarei avvicinato alla disciplina del foraging se questa avesse avuto a che fare solo con la mia salute e con la qualità del cibo che mangio. Deve esserci qualcos’altro. Ma cosa?
Molti libri sul foraging menzionano, tra i benefici di questa pratica, il fatto che ci porta a stare all’aria aperta, a respirare aria pulita e fare esercizio fisico, ma ciò sembrerebbe ridurre la ricerca di erbe selvatiche a una castagnata della domenica.
No, deve esserci un livello più profondo, qualcosa di viscerale che si attiva in noi quando entriamo in un bosco e cerchiamo qualcosa da mangiare, che sia una pianta o un animale, un fungo o una bacca.
Forse è il fatto di usare il nostro corpo, i nostri occhi, i nostri sensi in generale, per un’attività che gli è estremamente congeniale, una di quelle attività per le quali il nostro corpo si è evoluto non nel corso di pochi decenni ma di migliaia, anzi milioni di anni.
E questo, in qualche modo, ci fa provare sensazioni ed emozioni che hanno la pienezza, la spontaneità, la corposità che manca a tante sensazioni ed emozioni che viviamo nella quotidianità urbana, dove il corpo è impegnato in attività che non gli sono congeniali quanto quella di stare chini nel bosco a raccogliere frutti e foglie commestibili, o a seguire le tracce di una preda, o a ispezionare la boscaglia in cerca di quelle forme e di quei colori che significano “cibo”, “nutrimento”, “vita”!

Entrare in un bosco e cercare piante da mangiare, o piante con cui ci possiamo curare, è un’attività che risveglia il muscolo (sempre più atrofizzato) dell’osservazione, dell’attenzione e della concentrazione, è una chiave di accesso a tanti segreti del mondo naturale, ai ritmi e alle leggi degli ecosistemi in cui impariamo a muoverci con la consapevolezza di tutte le risorse che essi ci possono offrire.
Smettiamo di essere osservatori passivi del mondo naturale, per diventare parte attiva di un ecosistema in cui ci muoviamo con un senso ritrovato di appartenenza.
Con il foraging impariamo a riconoscere una serie di pattern che ci portano al successo alimentare: troviamo piante diverse su terreni diversi, con diversi gradi di esposizione solare, con diversi climi, con diverse conformazioni geologiche, eccetera.
Siamo costretti, se vogliamo trovare quella foglia, quel seme o quel frutto, a prendere nota di tutte queste variabili, a impararle sui libri e sul campo, finché non sentiremo che il muscolo dell’osservazione si è risvegliato, che abbiamo acquisito una nuova capacità di interagire col mondo, un nuovo set di sensi che ci fanno percepire il mondo in maniera diversa, con più profondità e attenzione ai dettagli.
Questo, più di qualsiasi considerazione salutista (comunque importante), è ciò che mi ha avvicinato alla pratica del foraging, la possibilità di usare il cibo come palestra filosofica e “spirituale”, impegnandomi in un’attività che restituisce al corpo e all’intelletto la consapevolezza della propria potenza.
Se vuoi intraprendere questo percorso insieme a me, ti aspetto in Val Grande!
Grazie per aver letto questo articolo!
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