La psicoanalisi del fuoco


Le tecniche antiche di accensione del fuoco conservano la magia di quei tempi: sono tecnologie dell’immaginazione, non banali anacronismi.

Immagina una notte di luna nuova, un deserto o una tundra artica, una capanna di tronchi ai margini del bosco.

Le fiamme di un falò illuminano a intermittenza i volti delle persone riunite in cerchio. I lapilli incandescenti guizzano in alto, risucchiati dall’oscurità.

Negli occhi lucidi si riflette la danza ipnotica di un demone infuocato.

Forgiatura di un acciarino tradizionale, un tempo usato insieme a una pietra focaia per accendere il fuoco. Questo è uno dei pezzi che ho fatto fare in una fucina di Kathmandu: li darò in omaggio durante alcune delle escursioni Samsara Woods.

Gran parte delle storie che raccontiamo ancora oggi, quelle nate prima dell’alfabeto e della carta, sono nate così, intorno a un fuoco.

Gaston Bachelard ci ha scritto un libro, La psicoanalisi del fuoco.

È l’elemento più narrativo, dice, catalizzatore del pensiero poetico, sorgente inesauribile di immagini e simboli. È quello che più di tutti favorisce la reverie e la contemplazione.

Anche la conversazione cambia, intorno al fuoco. Si fa più lenta e assorta. I volti, illuminati dalla luce arancione delle fiamme, si trasformano in maschere. Hanno un che di lontano e impersonale: le cavità si riempiono d’ombra, le zone prominenti – gli zigomi, la fronte e il naso – splendono come braci accarezzate dal vento.

L’amico con cui parlavi di giorno non è lo stesso con cui parli, la notte, intorno al fuoco: è come se ora vedessi il lato nascosto, quello che solo le fiamme riescono a illuminare.

Dimostrazione pratica di come funziona un acciarino tradizionale: la pietra focaia colpisce l’acciarino, rimuovendo minuscole particelle che si ossidano a contatto con l’aria, trasformandosi in scintille. Le scintille si fanno cadere su un panno di cotone carbonizzato o, come nella foto, su del legno marcio (punk wood, nel gergo del bushcraft) che è stato carbonizzato. Questo si trasforma in brace. La brace viene inserita in un “nido” di materiale vegetale molto secco su cui si soffia finché non prende fuoco.

Ma c’è un’altra riflessione, di questo libro, che secondo me cattura ancora meglio la natura sacra del fuoco, senza contare la sua importanza nell’evoluzione del genere umano.

Il fuoco, dice, è l’unico elemento che possiamo accudire, a cui diamo, in un certo senso, da mangiare.

Se non vogliamo che si spenga, dobbiamo continuamente nutrirlo.

Questo instaura un rapporto diverso, più intimo e familiare, come quello che le religioni pagane hanno coi loro idoli: penso alle murti (idoli consacrati) nei templi indiani, che vengono quotidianamente lavate, nutrite, dissetate, vestite, persino intrattenute.

Per migliaia di anni, la sopravvivenza dei nostri antenati è stata legata a questo elemento ambivalente – distruttivo e generativo, selvaggio e addomesticato – che è il fuoco.

Oggi che cuciniamo sul gas, che illuminiamo con l’elettricità, il fuoco è uscito dalle nostre vite, insieme a quel tipo di pensiero simbolico e contemplativo da cui sono nate le grandi storie, i miti sgorgati dal cuore fiammante di un falò acceso battendo due pietre.

Acciarino moderno, una barra di ferrocerio che si può “grattare” col dorso del coltello (o qualsiasi cosa che abbia un angolo di 90 gradi), capace di generare scintille ad altissima temperatura. Lo si usa per dare fuoco ad esche naturali (e non) come la corteccia di betulla o la polvere di fatwood (legno molto resinoso e, perciò, infiammabile).

La mia fascinazione per i metodi antichi di accensione del fuoco – dagli acciarini agli archetti – deriva forse da questo, dal ponte che si crea col nostro passato, con un certo tipo di vita e di pensiero.

Premere il bottone di un accendino o di un fornello a gas non è, ovviamente, la stessa cosa che battere due pietre o creare una brace con l’archetto.

Il primo metodo fa nascere un fuoco addomesticato, sterile, “freddo”. Quelli antichi, invece, sono rituali che danno vita a quel fuoco sacro, magico e simbolicamente “carico”, da cui nasce la reverie di cui parla Bachelard, la contemplazione e la narrazione che dà impulso ai miti.

Le tecniche antiche di accensione del fuoco conservano la magia di quei tempi: sono tecnologie dell’immaginazione, non banali anacronismi.

Certo, ci costringono anche a interagire col mondo naturale, a conoscere le piante o le pietre giuste da utilizzare, ci fanno entrare nella logica e nei meccanismi di tecnologie che sono state fondamentali all’evoluzione della nostra specie, ma il motivo principale per cui una persona – tu, io, chiunque – dovrebbe riappropriarsi di queste conoscenze è che ci permettono di esplorare quel rapporto sacro e creativo che avevano i nostri antenati col fuoco.

Capire come da una scintilla possa nascere un mondo.

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