Le piante curative della valle di Shiva

Anche in una valle così remota, a migliaia di chilometri dalle Alpi, ci sono delle creature che riescono a trasformare qualsiasi habitat in un angolo di casa: le piante.

Settimana scorsa ho guidato un trekking di cinque giorni nello stato indiano dell’Uttarakhand, sull’Himalaya.

Siamo partiti dal piccolo villaggio di Sankri, a circa duemila metri di altitudine, per arrivare all’imbocco di una remota valle innevata a 3500 metri, chiamata Har Ki Dun: letteralmente, la Valle di Shiva.

Qui una barriera di creste ghiacciate si fonde nella cima del Swargarohini (6.252 mt), la montagna sacra da cui i Pandava, eroi e protagonisti del Mahabharat, ascesero al cielo. Swargarohini, in sanscrito, significa infatti “la via per il Paradiso”.

Il nostro campo a 3200 metri. Photo credits: Giada Baiocco @samsararoads

Dopo Osla – l’ultimo villaggio della valle, dove abbiamo dormito nella casa di una famiglia del posto – si entra in una zona completamente selvaggia, tra boschi di abeti e rododendri, isolate brughiere innevate, battute da un vento gelido e sferzante.

Dal fondovalle quasi tropicale, con pareti sgocciolanti e ricoperte di felci, siamo ascesi a un mondo sterile e inospitale dove il regno degli uomini si trasforma in quello degli Dei, legittimi abitanti (secondo le leggende) di queste altitudini estreme.

La proprietaria della homestay dove abbiamo dormito a Osla. Photo credits: Giada Baiocco @samsararoads

Anche in una valle così remota, a migliaia di chilometri dalle Alpi, ci sono delle creature che riescono a trasformare qualsiasi habitat in un angolo di casa: le piante.

In particolare, piante curative che si trovano sia in Italia che sull’Himalaya indiano, con l’unica differenza che nei villaggi himalayani tutti le sanno riconoscere e usare, mentre da noi è una conoscenza riservata ai pochissimi che le hanno studiate per passione o professione.

Non a caso è proprio qui, nei villaggi delle montagne indiane e nepalesi, che anni fa ho cominciato a scoprire le piante medicinali e, insieme ad esse, tutto un mondo di storie naturali e culturali, chimiche e sciamaniche, mediche ed etnobotaniche, che mi hanno permesso di dialogare in modo del tutto nuovo – e molto più profondo – con le creature che costituiscono l’80% della biomassa mondiale: le piante.

Photo credits: Giada Baiocco @samsararoads

Tre piante himalayane… ma familiari!

Tra le piante curative incontrate lungo i sentieri di Har Ki Dun, dai duemila ai tremila metri di quota, te ne voglio presentare tre di cui in Italia abbiamo dei parenti molto vicini, appartenenti allo stesso genere.

1. Betula utilis

Le betulle sono tra i miei alberi preferiti: eleganti, slanciati, pionieri dei terreni degradati, resistenti a condizioni ambientali in cui molti altri alberi soccomberebbero in poco tempo. E utili. Con la betulla ci si può fare un po’ di tutto, dal curarsi con la sua linfa al panificare con la sua corteccia (per quanto sia un pane da carestia), dall’accendere il fuoco al costruirci una canoa.

Ad Har ki Dun si trova la Betula utilis, o betulla himalayana, un albero longevo (arriva a 400 anni di età) la cui corteccia è stata usata fin dall’antichità come carta su cui venivano scritti vari testi sacri, tra cui i Veda, i più antichi e importanti dell’Induismo.

La corteccia si usa tuttora per scriverci dei mantra protettivi che vengono inseriti in appositi amuleti (tawiz o tabiz) da indossare intorno al collo o sul braccio.

Il legno, essendo un legno aromatico, si brucia nel rito dell’hawan (o yagya), uno dei rituali più antichi in assoluto, dove un fuoco viene acceso per sacrificare al suo interno varie offerte, tra cui cereali, erbe, legni pregiati (come il sandalo) e burro chiarificato. Si dice che il fuoco, ovvero Agni, sia la bocca degli Dei: ciò che viene versato tra le fiamme arriva, in cielo, agli Dei.

A livello medicinale, della betulla himalayana, come di quelle che si trovano in Europa, si usa la linfa: in primavera, quando l’albero ricomincia a mettere le foglie, la linfa scorre dalle radici alla chioma, attraversando il tronco. Si può allora fare un piccolo foro nel tronco dell’albero, inserirvi una cannula e, in qualche modo, legarvi un bicchiere o un altro recipiente: in questo modo la linfa viene fatta scorrere nel bicchiere che, dopo alcune ore, sarà già pieno. A questo punto si chiude il buco con un pezzo di legno.

È un’operazione invasiva, che mette a repentaglio la salute dell’albero (dal buco praticato nel tronco possono entrare vari agenti patogeni), da riservare a chi veramente sa cosa sta facendo.

La linfa della Betula utilis ha varie proprietà medicinali: depurative, drenanti, diuretiche, leggermente anti-infiammatorie, ed è un tonico ricco di minerali, zuccheri e vitamine.

La corteccia, ricca di tannini, viene impiegata per le sue proprietà emostatiche e anti-batteriche: nei villaggi himalayani la usano in particolare per le ferite degli animali da pascolo. Nell’Ayurveda la si utilizza, tra le altre cose, per trattare le infezioni della pelle.

Qui sto dimostrando come accendere il fuoco usando un acciarino e la corteccia di betulla himalayana. Photo credits: Giada Baiocco @samsararoads

2. Rumex nepalensis

La romice è una delle piante più diffuse anche in Italia, presente con varie specie come Rumex acetosa, Rumex acetosella, Rumex crispus, eccetera. Sono piante molto interessanti sia dal punto di vista nutrizionale che medicinale.

Sull’Himalaya, nella zona di Har Ki Dun, si trova in particolare la Rumex nepalensis, soprattutto nelle brughiere d’alta quota frequentate dai pastori con le loro mandrie, dove il terreno è ricco di nutrienti.

La si trova spesso vicino all’ortica: e infatti, forse non a caso, le sue foglie si possono usare per calmare il prurito provocato dai peli urticanti dell’ortica. Basta stropicciarla o masticarla e, una volta ridotta in poltiglia, applicarla sulla parte interessata. Lo stesso vale per le punture di insetto.

Oltre a ciò, i suoi utilizzi medicinali sono molteplici. In particolare, si usa per trattare i problemi del tratto gastrointestinale. La radice ha un effetto purgativo, oltre a essere impiegata per curare diarrea, mal di stomaco e ulcere. Ha proprietà anti-infiammatorie e gastro-protettive.

Nella Valle di Shiva la si consuma cotta, preparata come si preparano gli spinaci, ma anche come ingrediente nel chutney (salsa).

È inoltre una delle erbe favorite dagli animali da pascolo.

3. Pinus roxburghii

Nella fascia altitudinale dei 1500-2000 metri domina questa specie di pino dagli aghi molto lunghi e morbidi, chiamato Pinus roxburghii, di cui la gente dell’Uttarakhand sfrutta in particolare la resina per ricavarne l’olio di trementina: per questo molti di questi pini sono scortecciati alla base, bruciati e incisi.

L’olio di trementina, oltre a essere un solvente usato per vernici e altri prodotti industriali, ha proprietà terapeutiche, in particolare nel trattamento di dolori articolari, malattie della pelle e problemi respiratori.

Ha un effetto rubefacente, ovvero di provocare un arrossamento della pelle laddove applicato esternamente, provocando una vasodilatazione dei capillari sottocutanei e un aumento del flusso sanguigno che va ad agire sulle infiammazioni.

Allo stesso scopo si usa anche l’ortica (strofinandosi delle foglie fresche sulla pelle, così da irritarla).

Con gli aghi di questo pino (come di altri pini) si prepara un tè tradizionale himalayano, contenente vitamina C e anti-ossidanti. Basta sminuzzare gli aghi, così da aumentare la superficie di scambio col solvente (l’acqua, in questo caso), e versarvi dell’acqua bollente sopra, poi lasciare in infusione 10-15 minuti, filtrare e bere. È spesso addolcito con del miele.

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