Non sapersela cavare in un bosco è l’ultima delle nostre preoccupazioni?

Perché dovremmo fare i conti con la nostra incapacità di prosperare e sopravvivere in ambienti naturali.

Sono nato e cresciuto a Milano.

La montagna – la natura selvaggia, in generale – è sempre stata una dimensione lontana e poco accessibile, vissuta per pochi giorni l’anno durante le vacanze estive con la famiglia.

Poi, intorno ai vent’anni, ho cominciato a viaggiare da solo in Asia, soprattutto in India e Nepal, dove ho fatto i primi trekking di più giorni, quasi tutti in solitaria. E lì, nei boschi himalayani, ho percepito per la prima volta una sensazione di disagio che – mi sono reso conto dopo – derivava da una constatazione piuttosto sempice ma preoccupante: se mi fossi perso, se non ci fossero stati villaggi in cui dormire e mangiare, se, in breve, fossi stato lasciato da solo a cavarmela nel bosco, sarei morto nel giro di pochi giorni.

Non sapevo nulla delle piante e degli alberi che mi circondavano, nulla delle migliaia di risorse che la foresta poteva offrirmi e che io non ero in grado di riconoscere e sfruttare, nulla delle stelle che di notte mi avrebbero potuto guidare o perlomeno tenere compagnia.

Non ero in grado di accendere un fuoco, o di cucinare un pasto selvatico, o di curare piccole e grandi ferite. Il bosco era una dimensione profondamente aliena e ostile, a cui ero in grado di sopravvivere solo grazie alle numerose infrastrutture umane che vi erano penetrate nel corso del tempo: villaggi, sentieri, cartelli.

Questo, per la maggior parte delle persone, non sarebbe un problema, o comunque non un problema di natura prioritaria: viviamo in città, in ambienti altamente antropizzati, dove la nostra sopravvivenza e prosperità dipendono da conoscenze e competenze ben diverse da quelle di ordine naturalistico. Non sapersela cavare in un bosco è l’ultima delle nostre preoccupazioni. Anche se dovesse verificarsi un evento catastrofico su scala mondiale, come quelli paventati dai survivalisti, imparare a maneggiare un AK-47 (e possederne uno) sarebbe molto più utile di qualsiasi abilità insegnata nei corsi di sopravvivenza.

Perché, allora, dovremmo fare i conti con questo disagio, con la nostra incapacità di sopravvivere e prosperare in ambienti naturali?

Io, anni fa, mi sono dato questa risposta: la nostra specie è nata e si è evoluta nella foresta, nella savana, in luoghi immensi e selvaggi, dove ha prosperato grazie a un corpo e a un cervello altamente specializzati nello sfruttare le risorse di quegli ambienti.

Il nostro corpo, migliaia di anni dopo, è ancora quello, il nostro cervello anche, solo che non ne sfruttiamo a pieno il potenziale, non li impegniamo in attività che gli sarebbero estremamente congeniali come quella, appunto, di cacciare, pescare o nutrirsi di erbe selvatiche, navigare usando le stelle, accendere fuochi e, più in generale, vivere una vita a stretto contatto con gli elementi, in tutta la loro violenza e generosità.

Il deteriorarsi della nostra salute fisica e mentale dipende anche da questo, dal fatto che non viviamo una vita coerente con ciò che siamo e che siamo in grado di fare?

Una parte di noi, delle nostre potenzialità fisiche e mentali (e spirituali?), giace inutilizzata, dimenticata e inesplorata dalla maggior parte degli uomini moderni. Il suo richiamo inascoltato è un disagio persistente, un malessere di cui ci rendiamo conto quando siamo lasciati da soli nella natura selvaggia, in balìa delle sue leggi che abbiamo dimenticato.

È per questi motivi che ho iniziato, anni fa, a esplorare questa parte di me, quella che si attiva quando sono nei boschi, in luoghi selvaggi e lontani, da solo o in compagnia di altri.

Per esplorarla meglio ho voluto acquisire tutti gli strumenti necessari a farlo nel modo più competente e profondo possibile: strumenti per navigare, per mangiare, per curarsi, per costruirsi un riparo, eccetera, ma anche strumenti più “intellettuali” e interpretativi, vale a dire storie, le storie degli animali che vivono in questi luoghi, delle piante e del loro rapporto con gli esseri umani, delle rocce, dei funghi e dei ruscelli, degli Dèi e degli spiriti con cui i nostri antenati hanno dovuto negoziare per migliaia di anni tramite offerte e sacrifici.

Per me, in fin dei conti, non si è mai trattato di saper sopravvivere in un bosco ma di renderlo casa propria, non un luogo da cui imparare a uscire – che è poi l’obiettivo dei corsi di sopravvivenza – ma in cui imparare a stare.

Questo, per me, è l’obiettivo da inseguire. È poter entrare in natura con le conoscenze e le competenze necessarie a farmi sentire in armonia con le sue leggi, anche le più crudeli e difficili da accettare.

Una persona che ha integrato questa dimensione selvaggia, che ha esplorato questa parte di sé, può dirsi una persona migliore, più completa, più felice?

A me basta potermi dire una persona più consapevole. Senza l’ansia di capire tutto, di dare un perché a ogni cosa, ma con la sensibilità necessaria ad apprezzare l’infinita complessità e bellezza della natura.

Perché, come diceva Terence McKenna, “our role is not to understand, but to appreciate. We have an immense capacity for resonance with beauty, aesthetic awareness, appreciation of form, appreciation of how things go together”.

Ed è solo apprezzando veramente ciò che abbiamo che ci sentiamo in dovere di difenderlo. Solo quando una foresta è casa nostra, parte inscindibile del nostro essere, siamo pronti a tutto pur di non vederla morire.

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