Le cicatrici della Val Grande: da Cicogna a Tregugno sulle orme di Sofia

Una camminata invernale tra i ruderi della Val Grande, inseguendo una delle sue storie d’amore.

Quando l’inverno spoglia le chiome di castagni, frassini e altri alberi che ricoprono le montagne della bassa Val Grande, allora, in questo paesaggio stritolato dal gelo, ricompaiono i segni dell’antica città agro-pastorale: baite di sasso, muri a secco, terrazzamenti che diventano visibili per pochi mesi l’anno, prima che un tappeto di erbe li ricopra di nuovo in primavera.

Così, camminando nei boschi intorno a Cicogna, inizio a scoprire piccoli gruppi di case abbandonate sul versante opposto della valle.

Da lontano, nell’aria limpida di un mattino invernale, sembra di guardarle attraverso una lente, tanto sembrano nitidi i contorni dei muri a secco, le finestre buie, vuote come le orbite di un teschio, le radure dove i cinghiali hanno sgrufolato in cerca di radici.

C’è poi una casetta che è diversa dalle altre. È bianca. Sembra intonacata.

Dovrei andare a vedere.

Punto la casetta con la bussola e riporto l’azimut sulla cartina. Non c’è. Però lì vicino leggo un nome che mi accende subito un ricordo: Tregugno.

Ho già sentito questo nome, ma dove? Sicuramente l’ho letto in qualche libro sulla Val Grande, così torno a casa e mi metto a frugare nella libreria finché non lo trovo menzionato in un libro di Nino Chiovini, intitolato “A piedi nudi”.

Tregugno, insieme a Cicogna e la Soliva, è il luogo in cui è ambientata la storia (vera) di Sofia e dei suoi figli, una di quelle storie così tragiche, cupe e misere, da non riuscire a credere che sia accaduta solo pochi decenni fa nel nostro Paese. Leggendo delle fatiche, delle perdite, della fame e del freddo che pativano gli abitanti di quel mondo, sembra che a dividerci da loro sia un abisso profondo migliaia di anni, quando invece è meno di un secolo, meno della vita di un uomo.

A un certo punto della storia, dopo che il marito della Sofia è morto di infarto a soli 37 anni, lasciandola da sola con quattro figli, muoiono anche le sue mucche, carbonizzate da un fulmine. “Fu la fame per molte stagioni”, scrive il Chiovini, “fino a che non fu possibile riavere in stalla altre due mucche e risalire la china che dalla miseria riconduceva alla povertà” (A piedi nudi, Nino Chiovini, pg. 118).

Questo è il mondo che esisteva prima che la Val Grande venisse abbandonata, una “civiltà della fatica” di cui il paesaggio porterà i segni per chissà quanto tempo: cicatrici che la foresta nasconde come meglio può, ma che non è difficile trovare.

Parto il mattino dopo.

Per arrivare a Tregugno, e da lì alla misteriosa casetta bianca, bisogna scendere fino al torrente, dove c’è un ponte che unisce i due versanti della valle, e risalire fino alla stessa altitudine da cui si è partiti, a circa 700 metri.

Nel bosco invernale, dove tutto è secco e marrone, risalta il verde dell’edera, degli agrifogli e dei tassi che abitano in fondo ai valloni cupi e isolati come quello in cui sto scendendo. Il tasso che fa ombra al ponte – alla forra in cui il Rio Pogallo scorre con l’impeto di una cascata, sibilando tra le anse di pietra – è un esemplare molto vecchio, contorto e nodoso come si addice a un vero “albero della morte”.

Lì vicino, nel tappeto di foglie morte, c’è il tronco di un ontano: il legno è trascolorato in un rosso quasi arancione, come se avesse sanguinato. Ci sono poi i resti di un uccello predato, le penne sparse nel raggio di un metro e staccate per intero, segno che il colpevole non è un mammifero ma un rapace.

Supero il ponte e risalgo il versante opposto, in un bosco di castagni, querce e noccioli, dove per un po’ mi precedono le orme di un cervide: dalle dimensioni sembrerebbe un capriolo. Il fango ghiacciato le ha conservate perfettamente.

Non ci sono altre orme, né di animali, né di esseri umani, segno che potrei essere la prima persona ad avventurarsi in questa direzione dall’inizio dell’inverno, ma qua e là ci sono le buche lasciate dal grugno dei cinghiali, i peli di una lepre che è stata predata da una volpe, poi una pozza di fango dove dei cervi si sono rotolati.

La giornata è limpida, ma il freddo mi punge la schiena sudata. Gocce d’acqua cadono dai rami spogli, dove la neve di qualche giorno fa si sta sciogliendo al sole. Per il resto non ci sono rumori: le foglie sono già cadute, gli animali sono al riparo nei loro nascondigli.

Sento solo la neve che si scioglie e i miei scarponi che scricchiolano sul fango ghiacciato.

Un paio di volte mi capita di seguire il sentiero sbagliato. È una cosa che succede spesso, in Val Grande, soprattutto in autunno e inverno quando i vecchi sentieri, quelli ormai scomparsi dalle mappe escursionistiche, tornano a essere visibili, non più nascosti dalle piante. Ma quelli che mi trovo a seguire non sono sentieri lasciati dall’uomo, bensì piste di cervi e caprioli. Me ne accorgo solo quando le vedo inoltrarsi in territori difficilmente navigabili da un essere umano.

Dopo un’ora di cammino in salita arrivo a un gruppo di baite abbandonate in mezzo al bosco. Qualcuna ha ancora il tetto, ovviamente sfondato, di altre non rimane che un perimetro di sassi nell’erba alta, tra mucchi di felci rinsecchite, schiacciate dal passaggio di qualche animale.

Anche dopo mezzo secolo di abbandono, il terreno è disturbato dalle attivita dell’uomo, ne sono prova le numerose piante sinantropiche che crescono nei dintorni, quasi tutte stritolate dal gelo invernale. Ortica, parietaria, crespigno, malva. Tutte commestibili. Ma per mangiarle dovrò tornare in un altro periodo dell’anno.

Cammino tra le case in rovina.

Ora che i loro abitanti non ci sono più, queste costruzioni non svolgono nemmeno la funzione di separare l’interno dall’esterno: i pavimenti di legno sono pieni di fatte; dal tetto bucato sono entrati i semi dei frassini che hanno iniziato a crescere in mezzo ai rovi, protetti dalle loro spine; in un angolo qualcuno ha acceso un fuoco che ha annerito tutta la parete di sasso, ma chissà quanto tempo fa è successo.

A tratti sembra di camminare tra le rovine di una Machu Picchu, una Stonehenge, una Angkor Wat: considerando dove sono state costruite e con quali mezzi, queste baite di sasso non sono meno straordinarie di certi monumenti dell’antichità, né sono meno eroici gli sforzi di chi le ha erette.

Nei paesi intorno alla Val Grande ci sono ancora anziani che sono stati bambini in questi valloni remoti e selvaggi. Bisognerebbe chiedere a loro cosa vuol dire essere vissuti qua dentro, aver girato scalzi tra i rovi e le vipere, essersi scaldati i piedi nel letame.

Il corte abbandonato di Tregugno, Val Grande.

Mentre cammino tra le baite di Tregugno, dove arrivo dopo un’altra mezz’ora di cammino, ho in mente le immagini del libro di Chiovini, della Sofia che vendeva i capelli per fare un po’ di soldi, dei “minuscoli scheletri umani” che venivano trovati sotto alle case, prove incolpevoli di amori estemporanei o adulterini, al fabbisogno di legna che “veniva colmato in ogni modo: ricorrendo a combustibili di fortuna, come ai ricci delle castagne e alle loro bucce (…), alle stoppie, ai ceppi, alle radici” e persino ai “gusci delle noci mondate per la spremitura dell’olio” (a piedi nudi, Nino Chiovini, pg. 86).

All’immagine del corte abbandonato, dove un alito mortifero sibila tra le fessure dei muri a secco, si sovrappone nella mia mente quella di un villaggio brulicante, dove da ogni costruzione esce un filo di fumo: quello di un focolare dove si sta scaldando la minestra, di una fornace per la calce, di un graticcio per essiccare le castagne.

Questo rende ancora più denso e pesante il silenzio che regna su queste rovine. Le porte sfondate sembrano bocche stupefatte, ammutolite da qualcosa che hanno visto.

Il fruscio di una lucertola nell’erba secca mi fa trasalire.

Me ne vado con un senso di disagio, passando di fianco alla casa dove la Sofia visse dopo il matrimonio con lo Stévan: la riconosco da una foto che ho visto sul libro. È qui che una notte Sofia assistette alla morte improvvisa del marito.

Nei canaloni selvaggi che portano alla Soliva.

Dopo una breve salita nel bosco, su per un sentiero che a tratti si confonde con le piste di cervi e caprioli, raggiungo finalmente la casetta bianca che avevo visto da Cicogna.

Ma non è affatto una casetta, è una cappelletta imbiancata. Dentro, nella nicchia a volta, c’è un dipinto della Madonna che allatta Gesù, a giudicare dalla qualità del dipinto deve essere stato restaurato in tempi abbastanza recenti.

Da qui si vede Cicogna sul lato opposto della valle, si intravede anche il tetto di casa mia, il campanile della chiesa e un filo di fumo che esce dai comignoli delle poche case ancora abitate.

Tiro fuori il libro del Chiovini per vedere se dice qualcosa al riguardo. Racconta di alcune cappelle fatte erigere da renitenti e disertori dell’esercito napoleonico, rintanatasi in queste valli per sfuggire alla leva: “senz’alcuna traccia di intonaco, nient’altro che pietra del posto, (…) fanno stringere il cuore a vederle, tanto sono misere e disadorne” (A piedi nudi, Nino Chiovini, pg. 110).

Quella che ho davanti, però, ha un aspetto un po’ più elaborato. Ne scopro l’origine grazie al libro di Chiovini. È la cappella dello Stévan, il marito di Sofia.

Questi aveva fatto voto che se fosse riuscito a sposare la “bella Sofia” avrebbe fatto “erigere una cappella votiva sulla mulattiera che collega Tregugno alla Teja, la strada che, il Cielo medesimo volendo, avrebbero potuto percorrere insieme nel corso degli abituali quotidiani lavori” (A piedi nudi, Nino Chiovini, pg. 109).

Il cielo comincia a coprirsi, soffia un vento gelido che si infila nei vestiti. Decido lo stesso di proseguire fino alla Soliva, distante un’altra ora e mezza di cammino.

Dalla mappa si capisce che non è un sentiero facile, lo vedo tagliare in perpendicolare le curve di livello, ma mi infastidisce il senso di incompletezza che proverei una volta tornato a Cicogna senza aver visto anche la Soliva, il remoto corte dove Sofia, scappata dal suo secondo marito, va a rifugiarsi insieme ai figli, a qualche mucca e capra il cui latte trasforma in burro e formaggio da vendere in paese.

Mi lascio dietro un altro paio di baite abbandonate, poi il sentiero comincia a inerpicarsi sul greto di un torrente, tra alti massi che devo scavalcare con l’aiuto di staffe metalliche e catene.

Questo, mi dico, è proprio un sentiero da Val Grande, un’esigua traccia che si inerpica in un vallone strettissimo e buio, dove sembra di essersi spinti ai confini del mondo conosciuto.

Qui, finalmente, trovo dei noccioli in fiore. Dai rami spogli pendono gli amenti, i fiori maschili, che in questa stagione sono una delle poche fonti di cibo selvatico che si trovano nel bosco: ne raccolgo una manciata da friggere in pastella.

È un cibo puro, colto ai confini del mondo. Per questo ne prendo solo l’essenziale.

Gli amenti del nocciolo.

Penso alla Sofia, mentre salgo.

Chissà quante volte sarà dovuta salire di qui, in inverno come in estate, quando il torrente è in piena o quando gela nelle sue pozze, non con gli scarponi di pelle che indosso io ma a piedi nudi.

Penso a lei anche mentre salgo nella faggeta, su per un sentiero ripidissimo, arrancando tra le foglie secche dei faggi che in certi punti mi arrivano fino alle anche, che in altri punti nascondono dei lastroni di pietra su cui scivolo rischiando di finire nell’abisso.

Più volte mi fermo, indeciso se andare avanti o meno.

Guardo l’orologio: se torno indietro adesso, mi dico, posso essere a casa per pranzo, c’è il risotto di ieri da scaldare. Posso accendere la stufa e mettermi lì di fianco a leggere.

Ma qualcosa dentro di me si oppone, c’è una parte di me che si sente se stessa solo quando l’aria fredda la trafigge, e il calore del sangue la scalda, e la vista di luoghi selvaggi e remoti la riempie di meraviglia.

C’e una parte di me che è attratta da quel remoto corte in cima alla faggeta e devo ascoltarla. Fallo per la Sofia, mi dico, per onorare quel che è stata, la fatica e l’umiliazione della sua vita a piedi nudi.

Poi, improvvisamente, dal cielo bianco cominciano a staccarsi dei pezzi. Fiocchi di neve cominciano a cadere nel bosco, facendo brillare il tappeto di foglie su cui arranco da mezz’ora, esausto.

Provo a salire ancora un po’, ma ben presto mi rendo conto che questa nevicata fa sul serio, se non torno indietro adesso potrei trovarmi bloccato: il sentiero potrebbe scomparire, diventare ancora più scivoloso e pericoloso.

Se mi succede qualcosa qui, penso… Un brivido mi scuote.

Così, a cinquecento metri dalla Soliva, mi volto indietro e comincio a scendere, non con un lieve senso di colpa verso questa donna che non ho mai conosciuto e che mai conoscerò, che come tutti i personaggi dei libri, però, è una parte di noi che ci è stata raccontata da uno scrittore, una vita tra le tante che avremmo potuto vivere e che invece è capitata a qualcun altro.

Fortuna, sfortuna, chi può dirlo…

Forse lei si sarà sentita la donna più fortunata del mondo quando lo Stévan, dopo averla sposata, fece costruire quella cappelletta bianca che vedo da Cicogna, forse la sua miseria non era una cosa innaturale e tragica, come può sembrare a noi oggi, ma una condizione primaria dell’esistenza.

Forse questi interrogativi non sarebbero valsi molto nel mondo di allora.

Come scrive Chiovini alla fine del suo libro: “quello scomparso era un mondo imperfetto e crudele in cui tuttavia erano ravvisabili e riconosciuti vivi gli obiettivi, il senso della vita, il suo fine: l’obiettivo della sopravvivenza e quello della continuità della stirpe; il senso della vita sorretto dalla memoria di specie; il fine del bene operare che faceva perno sulla speranza (…) della salvezza dell’anima”.

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