Come mi preparo a un trekking di 10 giorni (da solo) al Circolo Polare Artico


Un trekking di dieci giorni in solitaria, in una delle terre più selvagge ed estreme del pianeta, può diventare un corso accelerato di sussistenza, oltre a un’immersione in territori psicologici che possiamo esplorare solo così
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A fine luglio partirò per un’avventura che ho iniziato a sognare un lunedì di settembre e che ho finalizzato (ho comprato i voli) il venerdì della stessa settimana. 

La colpa, come successo tante altre volte, è di un libro: Arctic Dreams di Barry Lopez. 

Le descrizioni dei paesaggi artici, della vita tra gli Inuit, degli incontri con orsi polari, buoi muschiati e balene, mi ha fatto desiderare una terra da cui non ero mai stato attratto: il Grande Nord. 

Credits: File:Greenland scoresby-sydkapp2 hg.jpg – Wikimedia Commons

Un corso accelerato di sussistenza

La bellezza di aver studiato una serie di discipline come il foraging, l’erboristeria, l’orientamento naturale, eccetera, è che un’esperienza del genere può diventare un banco di prova per le conoscenze e le tecniche acquisite, oltre a un’occasione per svilupparle ulteriormente. 

Posso sperimentare nuovi cibi selvatici o nuovi modi per conservarli e trasportarli, posso preparare dei rimedi erboristici da aggiungere alla mia farmacia da campo, posso sperimentare tecniche di orientamento naturale o di accensione del fuoco che in un bosco alpino non sarebbero altrettanto efficaci.

Un trekking di dieci giorni in solitaria, in una delle terre più selvagge ed estreme del pianeta, può diventare un corso accelerato di sussistenza, oltre a un’immersione in territori psicologici che possiamo esplorare solo così, nel prolungato isolamento di un cammino a stretto contatto con gli elementi, con la nostra umanità e animalità.

Credits: File:Terianniaq-Qaqortaq-arctic-fox.jpg – Wikimedia Commons

Come mi sto preparando?

Mancano ancora cinque mesi, ma ho già iniziato a preparare alcuni dettagli di questa “spedizione”. 

Alimentazione

Durante l’Arctic Circle Trail bisogna portarsi in spalla tutto ciò che si mangerà nei (circa) dieci giorni di cammino, più qualcosa in più per eventuali emergenze.

Trattandosi di una tundra artica, coperta per gran parte dell’anno da neve e ghiaccio, la vegetazione non offre molta varietà e abbondanza in termini di piante commestibili (o piante in generale): si trovano le foglie di Labrador Tea (Ledum palustre, buone per degli infusi medicinali), i mirtilli artici (Vaccinium uliginosum), l’empetro (Empetrum hermaphroditum) e poco altro.

Questo significa doversi portare dietro cibo disidratato, il più leggero e nutriente possibile.

La soluzione più semplice sarebbero i classici pasti liofilizzati da trekking, ci sono quelli della Decathlon ma anche quelli (ben più cari) di altre marche specializzate, però, diciamocelo… che orrore!  

Sul cibo sono un po’ un principe, lo ammetto: sono di quelle persone che fanno caso alla marca dei cereali e dei grissini, che nota le differenze tra la “Coppa del nonno” originale e le sue imitazioni. Mi piace mangiare bene e il cibo è la cosa che più di ogni altra influisce sul mio umore, specialmente se sono nel mezzo della tundra artica da giorni e non faccio altro che camminare, guadare torrenti e portare in spalla uno zaino da oltre 15kg, magari sotto la pioggia e assalito dalle zanzare (si, ci sono le zanzare pure a nord del Circolo Polare Artico, e neanche poche).

L’idea di concludere la giornata con una minestra liofilizzata, mangiata direttamente dalla sua busta di plastica, mi deprime e dovrebbe deprimere chiunque.

E quindi?

Mi cucinerò a casa i pasti che poi disidraterò con un essiccatore per alimenti. In primavera raccoglierò una serie di piante selvatiche in Val Grande, intorno alla mia baita di Cicogna, e preparerò risotti, minestre, fette di carne aromatizzate alle erbe, che una volta pronte metterò nell’essiccatore, imbusterò e porterò con me in Groenlandia. Una volta sul campo basterà reidratarle con acqua (le minestre e i risotti) e scaldarle in un pentolino per avere un piatto buono come quello che mi sarei potuto preparare a casa, senza conservanti e ingredienti di dubbia provenienza.

Più avanti, in primavera, condividerò qui un po’ di ricette di risotti alle erbe (piantaggine, ortica, strigoli, etc) e minestre da essiccare e portare in escursione.

Alcune, le mie preferite, le mostrerò e farò provare durante le escursioni primaverili ed estive.

Credits: File:Musk Ox (Ovibos moschatus) Bulls Head Butting (51301356310).jpg – Wikimedia Commons

Primo soccorso

Oltre al cibo, è indispensabile partire muniti di tutto ciò che può servire in caso di infortunio o malattia, posto che in caso di eventi più gravi l’unico modo per attivare i soccorsi è un dispositivo satellitare (o la fortuna di incontrare una persona che si incarichi di camminare giorni e giorni fino al villaggio più vicino per avvertire qualcuno).

Quindi è importante prestare particolare attenzione e cura alla preparazione di una farmacia da campo: che sia leggera da trasportare, il più completa possibile e di facile utilizzo.

Nella mia farmacia da campo, oltre ai classici cerotti, garze, bende, antibiotici, antistaminici, eccetera, ci sono anche una serie di preparazioni a base di erbe medicinali per affrontare piccoli disturbi, ferite, contusioni, pruriti, raffreddori, tossi e così via.

Queste preparazioni – a differenza delle medicine allopatiche di sintesi chimica, che sono sicuramente più efficienti e rapide, più orientate alla cura del sintomo e dell’urgenza – hanno un’azione più “gentile”, con pochi o nessun effetto collaterale, e, trattandosi di un fitocomplesso, anche uno spettro d’azione generalmente più ampio. Inoltre, la stessa erba cura diversi malanni, il che è importante quando si hanno limiti di peso e spazio nello zaino. 

Tra le preparazioni erboristiche che mi porterò dietro ci sono:

  • una polvere emostatica a base di Achillea millefolium per fermare le emorragie.
  • Una salve (unguento oleoso con cera d’api) a base di piantaggine per dare sollievo a punture di insetto, ferite che faticano a guarire, per aiutare a togliere spine e schegge.
  • Uno sciroppo a base di verbasco e piantaggine per tosse secca e mal di gola.
  • Qualche bustina di erbe essiccate (quindi molto leggere) per preparare degli infusi medicinali, tra cui ortica, biancospino, salvia e fiori di sambuco.

Nei laboratori che tengo alla fine di ogni escursioneinsegno sempre almeno una di queste preparazioni: le altre le invio come materiale didattico una volta tornati a casa. 

Credits: File:Greenland Dog 03(js), Ittoqqortoormiit (Greenland).jpg – Wikimedia Commons

Navigazione e orientamento

Orientarsi lungo l’Arctic Circle Trail non dovrebbe essere difficile, anche perché non ci sono alberi a ostruire la visuale (o meglio, ci sono ma sono alberi “nani”, prostrati al terreno): è sicuramente più difficile orientarsi in un posto come la Val Grande, tra selve fitte, gole ripide e sentieri appena accennati. 

Comunque, come sempre, avrò dietro una cartina con bussola da traguardo, e – novità indispensabile – un Garmin mini con abbonamento satellitare per inviare eventuali (improbabili?) messaggi di richiesta di soccorso: come dicevo, non c’è copertura telefonica o di rete e l’unica possibilità di comunicare col mondo esterno è un dispositivo satellitare.

Abbigliamento e attrezzatura

Una volta completato l’Arctic Circle Trail, quando sarò sicuro di aver azzeccato i vari strati di abbigliamento, condividerò una lista dettagliata di cosa avrò messo nello zaino. 

Per il momento la scoperta più grande, che già mi sento di condividere, è la tenda ultra leggera (solo mezzo chilo!), ultra resistente e impermeabile, della Bonfus, che al metro quadro costa come un appartamento a Milano ma che mi farà risparmiare almeno un chilo (se non di più) in spalla: un chilo che userò per cose assolutamente superflue ma fondamentali come libri, taccuini per scrivere, un coltellino da intaglio o una bottiglietta di amaro (che finirà già nella prima, interminabile sera artica, lasciandomi dentro un senso di vuoto e nostalgia) 

Credits: File:Greenland-sydkap hg.jpg – Wikimedia Commons

L’entusiasmo che provo per questo genere di avventure è dovuto in parte alla possibilità di confrontarsi (da soli) con una terra così immensa e selvaggia, in parte alla possibilità di usare in un contesto più estremo gli strumenti che ho speso anni ad acquisire e perfezionare, come foraging, bushcraft, orientamento, animal tracking, eccetera.

Il senso di competenza, la padronanza della situazione, ma anche e soprattutto la rinnovata sensibilità estetica, ecologica e (forse) anche morale, è il motivo per cui consiglio a chiunque di intraprendere questo percorso, di vivere queste avventure e di apprendere queste competenze: non per sopravvivere a improbabili situazioni d’emergenza, alle quali comunque non saresti pronto come non saresti pronto a respingere un aggressore armato dopo un corso di krav maga alla palestra comunale, ma per entrare in natura “a testa alta”, senza quel senso di inferiorità e inadeguatezza che l’uomo moderno prova in mezzo a un bosco, a un deserto o a una tundra artica, nei luoghi in cui il suo corpo e la sua mente (e, se esiste, anche il suo spirito) si sono formati.

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