Un bosco ci dà sempre da mangiare

L’autunno è il periodo delle faggiole, i frutti del faggio, una risorsa alimentare oggi poco conosciuta ma di grande valore.
Ciao! Sono Stefano, scrittore e guida ambientale escursionistica.
Vivo metà dell’anno in India, tra Rajasthan e Himalaya, e l’altra metà in Val Grande, nella più vasta area selvaggia d’Italia, dove guido escursioni naturalistiche incentrate sull’uso di piante commestibili e medicinali, tecniche di bushcraft, orientamento e interpretazione ambientale.
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Potrebbe sembrare che l’autunno non sia un buon periodo per il foraging, la pratica di raccogliere e mangiare erbe spontanee, e che si dovrà aspettare la primavera successiva per tornare nei boschi a caccia di cibo selvatico.
Ma anche l’autunno offre risorse alimentari in abbondanza: non solo foglie di piante che, passato il periodo della fioritura, tornano a essere interessanti dal punto di vista nutrizionale e organolettico, ma anche radici, frutti (come le castagne, le nocciole o le drupe del biancospino) e ovviamente funghi.
Tra i frutti che troviamo per terra nei boschi autunnali ce n’è uno che viene spesso ignorato: la faggiola.
La faggiola è il frutto del faggio, una grande latifoglia che tende a formare boschi mono-specifici (o
quasi) dal sottobosco tipicamente spoglio; la sua chioma, infatti, getta un’ombra particolarmente densa, che limita la crescita di altre piante. Il faggio è una pianta mesofila (amante dell’ombra), a crescita lenta e dal legno molto denso, motivo per cui è tra i più apprezzati come legna da ardere. Non a caso, quando la legna (e il carbone di legna) era la principale fonte energetica delle attività industriali e domestiche, la sua diffusione era favorita dall’uomo.
Il faggio fruttifica in autunno, tra settembre e ottobre. È necessario però che la pianta abbia raggiunto almeno i 20-30 anni di età, anche se bisognerà aspettare altri decenni per una produzione abbondante, motivo per cui non sempre troverai i suoi frutti per terra: devi trovarti in un bosco che abbia raggiunto una certa maturità.

Oltre a ciò bisogna tenere conto del fatto che la produzione di faggiole non è costante. Il faggio, come altri alberi (tra cui le querce), produce frutti in quantità solo ogni 3-4 anni, i cosiddetti anni di “pasciona”.
Perché questo? È un modo per l’albero di controllare la popolazione di animali che si nutrono dei suoi frutti: cinghiali, ghiri, scoiattoli, etc. Negli anni “di magra”, quando le faggiole per terra sono poche, la popolazione di animali che dipendono (anche) da esse diminuisce di numero, preparando il terreno a un anno di abbondante produzione, in cui le faggiole a terra saranno moltissime e gli animali a mangiarle relativamente pochi: in questo modo i suoi frutti avranno migliori chance di trasformarsi in piantine. L’anno successivo, gli animali che si nutrono dei suoi frutti saranno più numerosi (grazie all’abbondanza di cibo dell’anno precedente), ma la scarsità di faggiole ne diminuirà nuovamente il numero fino al prossimo anno di pasciona, quando il faggio potrà tornare a fruttificare in abbondanza.
Le faggiole – oggi non molti lo sanno – sono adatte anche al consumo umano. In passato venivano tostate e macinate per ottenere un succedaneo del caffè, oppure se ne ricavava un olio alimentare, usato anche per l’illuminazione. Negli anni di carestia venivano talvolta consumate crude: questo andrebbe evitato visto che contengono delle tossine, tra cui la fagina, che però evaporano se scaldate per un paio di minuti, rendendole assolutamente commestibili.

Come riconoscere le faggiole?
Beh, aiuta saper riconoscere un faggio! L’elemento più caratteristico, che ci permette di riconoscerli anche senza guardare le foglie, è la corteccia liscia e grigia, che ricorda un po’ la pelle di un elefante.
Sotto di essi, nel terreno coperto di foglie secche, troverai queste cupole ricoperte di morbidi aculei (dei piccoli ricci, per intenderci) che a maturazione si aprono per lasciar cadere due piccoli frutti marroni dalla forma triangolare (trigoni, per i pignoli).
Sono ricoperti da una buccia lucida e coriacea che va rimossa prima di poterli mangiare (è tossica):
meglio aiutarsi con un coltellino.

Si ottiene così un seme molto piccolo, avvolto da una sottilissima pelle marrone (come quella delle noccioline) che non è necessario rimuovere. A questo punto, per poterle mangiare bisogna scaldarle per un paio di minuti, lasciando che le tossine presenti nel seme evaporino. Attenzione: si bruciano facilmente!
Una volta tostate sono (inaspettatamente) buone da mangiare, un sapore dimenticato che ci scalda e ci nutre in una fredda sera autunnale.
Le puoi consumare da sole, come se fossero noccioline tostate, oppure integrarle in preparazioni sia dolci che salate: prova ad aggiungerle a un risotto alla zucca, per esempio, o a una composta di frutta. L’unica pecca è che bisogna raccoglierne e sbucciarne parecchie prima di raggiungere una quantità soddisfacente!
Grazie per aver letto questo articolo!
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