I veri maestri della chimica sono le piante


Ogni bosco, ogni prato, ogni sponda di ogni fiume o rigagnolo di campagna, è una sconfinata farmacia vegetale dove non ci sono etichette e foglietti illustrativi.

Riconoscere le piante e gli alberi è un’abilità che, oggi, in pochi possiedono, ma che cambia totalmente il modo in cui sperimentiamo un bosco, un prato o qualsiasi altro habitat naturale.

Quella che prima era un’anonima massa verde, aliena e impersonale come una folla vista da lontano, si trasforma in un insieme di individui che puoi chiamare per nome, di cui – pian piano, se vuoi – puoi cominciare a conoscere il carattere e la storia, le cose che ama e che detesta.

Il faggio ama l’ombra, è territoriale e geloso del suo spazio che occupa stendendo i rami anche vicino al terreno, impedendo ad altre piante di sfruttare la poca luce che filtra attraverso la sua chioma imponente. Le betulle sono piante pioniere che amano colonizzare i terreni degradati, aperti e soleggiati, per questo la loro corteccia bianca, che riflette la luce del sole, è perfetta per prosperare in ambienti dove altri alberi non sopravviverebbero nemmeno.

Due alberi, due caratteri completamente diversi. E questo vale per tutte le piante.

Bosco di faggi in Val Grande, Piemonte.

Una volta che impari a riconoscerle, poi, hai la possibilità di sfruttare una serie di risorse che esse ci possono offrire e che i nostri antenati hanno sfruttato per portare il genere umano dove si trova oggi: cibo, ovviamente, ma anche combustile per il fuoco, fibre per i tessuti, materiale da costruzione, carbone, eccetera.

La risorsa più incredibile, però, sono le loro molecole: tannini, flavonoidi, polifenoli, alcaloidi, glicosidi, saponine.

Ogni pianta produce migliaia di molecole il cui funzionamento e le cui interazioni non ci sono ancora del tutto note. Non le produce per noi, ovviamente, ma per se stessa: per proteggersi, per comunicare con altre piante, per attrarre gli insetti impollinatori, eccetera.

Eppure, molte di queste molecole possono essere usate dall’essere umano per curarsi, molte di queste si sono trasformate, col tempo, nelle molecole di sintesi che si trovano nei farmaci moderni, una cosa che spesso tendiamo a ignorare, come se ci costasse fatica ammettere che i veri maestri della chimica non siamo noi bensì gli esseri del mondo vegetale.

Adiantum capillus-veneris. Le fronde di questa felce, che trovi spesso vicino alle fontane, sui muri sgocciolanti, vicino a cascate e altre fonti d’acqua, hanno proprietà decongestionanti delle vie respiratorie ed espettoranti.

Ogni bosco, ogni prato, ogni sponda di ogni fiume o rigagnolo di campagna, è una sconfinata farmacia vegetale dove non ci sono etichette e foglietti illustrativi: sta a noi imparare a riconoscere le piante, imparare i loro utilizzi, i metodi di estrazione e conservazione migliore, per colmare la lacuna che ci separa da chi, fino a pochi decenni fa, imparava queste cose da bambino, senza dover sfogliare manuali o iscriversi a corsi di erboristeria.

Quella di curarsi con le piante selvatiche è un’arte perduta o quasi, ma un’arte che se imparata ci dà accesso a un repertorio di conoscenze antico e vastissimo in cui possiamo addentrarci usando gli strumenti della chimica ma anche dell’etnobotanica e dell’antropologia, della magia e dell’alchimia, della storia e della letteratura.

Non si tratta solo di avere accesso a una serie di rimedi naturali contro disturbi di vario tipo, più gentili (per quanto, generalmente, meno efficaci) di quelli allopatici, ma di instaurare un rapporto più diretto e profondo con le creature che costituiscono l’80% della biomassa del nostro pianeta: le piante.

Capsella bursa-pastoris. Una delle piante emostatiche da primo soccorso più efficaci, usata anche durante la Prima Guerra Mondiale quando negli ospedali da campo scarseggiavano i farmaci.

C’è poi la soddisfazione e, onestamente, anche il divertimento di andare a caccia di erbe officinali in montagna, tra boschi e prati d’alta quota, e quello più alchemico di trasformarle in decotti, tinture e unguenti nel proprio laboratorio casalingo.

Se ti affascina questo percorso, ti aspetto questa primavera ed estate in Val Grande.

In due o tre giorni di escursione ti insegnerò a riconoscere una serie di piante non solo commestibili ma anche medicinali, molto diffuse in montagna (e non solo). Poi, nel corso di un laboratorio pratico, imparerai a trasformarle in rimedi erboristici attraverso semplici tecniche di estrazione in acqua (decotti e infusi), olio (oleoliti) e alcol (tinture madre e tinture semplici).

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