Come preparare una tintura madre di radice di bardana (Arctium lappa)

Una radice diffusa, facile da riconoscere, utile in cucina e come medicina. Ti spiego come trasformarla in una preparazione erboristica che duri nel tempo.
Ciao! Sono Stefano, scrittore e guida ambientale escursionistica.
Vivo metà dell’anno in India, tra Rajasthan e Himalaya, e l’altra metà in Val Grande, nella più vasta area selvaggia d’Italia, dove guido escursioni naturalistiche incentrate sull’uso di piante commestibili e medicinali, tecniche di bushcraft, orientamento e interpretazione ambientale.
Tutte le mie escursioni sono seguite da laboratori pratici, indispensabili a consolidare ciò che insegno sul campo.
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Dopo due mesi di assenza sono tornato nella mia seconda casa, in Val Grande.
Quando sono partito, a febbraio, era tutto secco, morto, coperto di neve e ghiaccio.
Oggi, facendo la strada che sale a Cicogna, il minuscolo borgo dove ho comprato casa l’anno scorso, sembra invece di entrare in una specie di Amazzonia alpina, tanto sono verdi e rigogliose queste montagne e gole accidentate.
Molte piante selvatiche sono nel loro periodo balsamico, quel momento dell’anno in cui la concentrazione dei principi attivi in una determinata parte della pianta è al massimo. La primavera è il periodo di raccolta delle foglie: poi, una volta iniziata la fioritura, diventeranno meno interessanti, sia dal punto di vista medicinale che culinario.
Ne sto approfittando per raccogliere alcune piante selvatiche che trasformerò in preparazioni di vario tipo: tinture idro-alcoliche, oleoliti, salve, sciroppi, eccetera.
Alcune di queste le userò per i laboratori e le escursioni, altre faranno parte del mio kit di pronto soccorso erboristico che porterò con me in Groenlandia a luglio.
Nelle prossime settimane condividerò un po’ di queste “ricette”. Oggi inizio con la bardana, Arctium lappa, una delle piante di interesse medicinale e culinario più diffuse e facili da riconoscere.

Bardana (Arctium lappa)
Tra le vie di Cicogna, dove metà abbondante delle case sono abbandonate da anni, trionfano numerose specie di piante (cosiddette) infestanti e sinantropiche, ovvero che vivono e prosperano in ambienti modificati dall’essere umano.
Tarassaco, ortica, piantaggine, farinello, romice, eccetera.
Basta infatti addentrarsi anche di poco nel bosco, dove l’intervento dell’uomo si fa sentire molto meno, per non trovare più nessuna di queste specie.
Una di esse è la bardana (Arctium lappa), una pianta facilmente riconoscibile grazie alle sue grandi e morbide foglie, ai capolini violacei e alle brattee uncinate che, a maturazione, si attaccano facilmente ai vestiti o al pelo degli animali, facilitandone la diffusione.

In cucina
La bardana è una pianta apprezzata sia in cucina che in erboristeria.
In cucina si utilizzano le foglie giovani, i gambi e – soprattutto – la radice, buona sia cruda che cotta.
In Giappone, la radice di bardana (gobo) è un alimento ben più apprezzato che da noi, tant’è che viene coltivata proprio a questo scopo. Ci sono parecchie ricette, ma la più famosa e diffusa è il kinpira gobo, dove la radice di bardana viene saltata in padella con carote alla julienne, salsa di soia, mirin e zucchero.
Si trovano un sacco di ricette online, io ho seguito questa.
In erboristeria
In erboristeria, la parte più interessante è la radice.
Questa andrebbe raccolta nell’autunno del suo primo anno di vita o, al limite, nella primavera del secondo anno, prima che si sviluppi in altezza e fiorisca. La bardana è una pianta biennale, il che significa che vive due anni: nel primo anno sviluppa una rosetta basale, di foglie adese al terreno, e una radice fittonante anche molto profonda; nel secondo anno cresce in altezza, fa spuntare i fiori che a loro volta diventano frutti uncinati, e, una volta prodotti i semi, muore.
Per raccogliere la radice bisogna scavare un po’ intorno alla pianta, creando uno spazio sufficiente a strapparla intera dal terreno (può essere profonda anche 50 centimetri!).

A cosa serve la radice di bardana? E come si assume?
In erboristeria la radice di bardana è usata principalmente come depurativo metabolico, sostenendo la funzione epatica e favorendo l’eliminazione delle tossine.
In più ha un’azione diuretica e ipoglicemizzante.
Uno dei modi migliori per assumere la radice di bardana è farne una tintura.
Che cos’è una tintura?
È un metodo estrattivo, di conservazione e somministrazione delle droghe erboristiche.
Si macera la pianta (fresca o secca) in una soluzione di alcol e acqua per un periodo di tempo variabile, di solito tra le due e le quattro settimane. Poi si filtra il liquido e lo si conserva in boccette di vetro ambrato. Si somministra in gocce diluite nell’acqua.
Si usa l’alcol perché, oltre ad avere ottime proprietà conservanti, è un eccellente agente estrattivo, capace di estrarre dalle piante composti che l’acqua da sola (come in infusi e decotti) non è in grado di estrarre.

Le tinture si possono fare sia con piante essiccate che fresche, nel secondo caso si chiamano tinture madri. Per me che ho casa in mezzo a prati e boschi, dove ogni genere di pianta è immediatamente (o quasi) disponibile, è inutile essiccarle prima di metterle a macerare nell’alcol, perciò uso principalmente la tintura madre.
Le proporzioni tra droga (pianta) e alcol sono variabili, legate al tipo di pianta, al fatto che sia fresca o secca, alla gradazione dell’alcol che si utilizza, eccetera.
Per le tinture madri (quindi preparate con piante fresche), calcolando di usare alcol a 96° (quello che si usa per fare i liquori), si usa nella maggior parte dei casi una proporzione di 1:2, ovvero una parte di droga e due parti di solvente (alcol). Non si aggiunge ulteriore acqua perché è già presente all’interno della pianta fresca da macerare.
ESEMPIO. Se ho 50g di droga fresca, la metterò a macerare nel doppio di alcol a 96°, quindi 100g (che corrispondono a circa 100ml, senza voler essere troppo pignoli).

La macerazione deve avvenire in un barattolo chiuso, di vetro o di ceramica (no plastica), lontano da fonti di luce.
La droga, prima di essere immersa in acol, deve essere sminuzzata, in modo da aumentare la superficie di scambio col solvente (ovvero con l’alcol). Nel caso della radice di bardana è consigliato tagliarla a rondelle molto sottili.
Ogni giorno, il barattolo in cui avviene la macerazione dovrebbe essere agitato un po’.
Al termine del periodo di macerazione, come già detto, si filtra l’alcol, scartando ovviamente la droga (la pianta macerata) che ormai sarà scarica di principi attivi, e si imbottiglia in un flacone ambrato (per proteggere il liquido dalla luce), possibilmente munito di contagocce.
Prima di metterla via, è importante etichettarla: io di solito segno il nome della pianta, la quantità di droga e solvente, la data di “imbottigliamento” e la gradazione dell’acol utilizzato.
Una tintura, se fatta bene, si conserva anche per cinque anni o più. L’importante è tenerla lontano da fonti di luce e calore.
Grazie per aver letto questo articolo!
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