È un fare che diventa rito: oggi individuale, domani collettivo.

Nei gesti educati dal fare c’è un’arte segreta che in silenzio si fa strada nel cuore delle cose, rimuovendo la superficie patinata, i luoghi comuni e le apparenze.
Ciao! Sono Stefano, scrittore e guida ambientale escursionistica.
Vivo metà dell’anno in India, tra Rajasthan e Himalaya, e l’altra metà in Val Grande, nella più vasta area selvaggia d’Italia, dove guido escursioni naturalistiche incentrate sull’uso di piante commestibili e medicinali, tecniche di bushcraft, orientamento e interpretazione ambientale.
Tutte le mie escursioni sono seguite da laboratori pratici, indispensabili a consolidare ciò che insegno sul campo.
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“La Val Grande è brutta, anzi bruttissima” ammette una donna che ci ha vissuto a lungo, intervistava da Nino Chiovini per il suo Mal di Val Grande. E per chi era costretto a sopravvivere in un territorio così impervio e inclemente doveva essere veramente brutta, questa montagna, e forse tutte le montagne lo sono state, brutte, e lo sono ancora per chi, in altre parti del mondo, si spacca la schiena per alzare muri a secco, tagliare e trasportare alberi, pascolare vacche o yak in cupi valloni o su creste esposte ai temporali.
Per noi, oggi, la montagna è il luogo del pittoresco, della pace e del silenzio, una realtà più spirituale che geografica, che nel suo essere così vasta e antica ci offre uno sfondo contro cui proiettare la nostra finitezza mortale. Il senso di pace e completezza che attingiamo alla montagna deriva forse dal suo essere indifferente e misteriosa come gli antichi profeti descrivevano Dio, quello del deserto, del diluvio e dell’Arca. La montagna esalta lo spirito poetico e avventuroso anche in un’epoca che diffida della poesia e dell’avventura.

Ma la bellezza delle montagne, quella che ci fa salire sulle vette e sulle creste, ad ammirare i panorami delle Dolomiti o dell’Annapurna, è una bellezza epidermica su cui lo sguardo rimbalza come contro uno specchio, senza scalfire il mistero che la fa essere così tremenda e affascinante. C’è altro, lì sotto. Ci sono animali che vagano liberi nella notte, corteggiandosi e sfidandosi secondo riti più antichi di qualsiasi civiltà, c’è la fame, il pericolo, la sete di sangue soddisfatta tra urla e inseguimenti, c’è il lento crescere di un faggio, lo spuntare repentino di un fiore, un’edera che striscia tra i muri vuoti di una casa abbandonata.
Ci sono storie di uomini e donne, animali e rocce, dèi e demoni dimenticati, sopravvissuti solo nel nome di alpeggi che nessuno carica da anni.

Conoscere queste storie, sapere cosa succede tra le chiome degli alberi, sottoterra e nel fitto dei boschi, scoprire come si tagliavano le pietre di cui sono fatti i tetti, le travi che sostengono i soffitti di castagno, è essenziale per scoprire una bellezza diversa, più profonda e intima, come quella che ci lega al volto di una persona che abbiamo visto ridere e piangere, di cui conosciamo le rughe e le preoccupazioni che ci sono dietro.
Un luogo, per radicarsi nel nostro cuore, ha bisogno di strumenti intellettuali e pratici, di libri ma anche di scarponi, accette, bussole e coltelli. Ha bisogno di radici che partano dalla mente ma anche dai piedi e dalle mani. Cucinare un pasto a base di erbe selvatiche, imparare a raccogliere e tagliare la legna, accendere una stufa, orientarsi usando le stelle, costruirsi un riparo… Nei gesti educati dal fare c’è un’arte segreta che in silenzio si fa strada nel cuore delle cose, rimuovendo la superficie patinata, i luoghi comuni e le apparenze.
È un fare che diventa rito: oggi individuale, domani collettivo.

Questo è l’obiettivo di Samsara Woods, esplorare la montagna con gli occhi della Storia e del mito, della scienza e della tecnica, attraverso gesti e sensazioni dimenticate, per ricucire il filo strappato che ci lega al nostro passato… a ciò che significa essere umani e di questa Terra.
Se vorrai condividere questo percorso con me, ti aspetto in Val Grande.
Grazie per aver letto questo articolo!
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