48 ore coi fabbri itineranti del Rajasthan

48 ore a Pachewar, un piccolo villaggio del Rajasthan, per cercare i Gadia Lohar e far produrre degli acciarini per Samsara Woods.
Ciao! Sono Stefano, scrittore e guida ambientale escursionistica.
Vivo metà dell’anno in India, tra Rajasthan e Himalaya, e l’altra metà in Val Grande, nella più vasta area selvaggia d’Italia, dove guido escursioni naturalistiche incentrate sull’uso di piante commestibili e medicinali, tecniche di bushcraft, orientamento e interpretazione ambientale.
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Settimana scorsa abbiamo noleggiato una moto e siamo partiti da Pushkar per andare a Pachewar, una piccola cittadina del Rajasthan a circa 100km da casa, “famosa” (si fa per dire) per due motivi:
- Il forte di Pachewar, oggi trasformato in albergo di (quasi) lusso da un imprenditore di Delhi.
- I Gadia Lohar, i fabbri itineranti che si trovano in varie zone dell’India settentrionale, e di cui Pachewar ospita un gruppo abbastanza nutrito.

La storia (e la leggenda) dei Gadia Lohar
Gadia viene da “carro”: infatti, fino a pochi anni fa, conducevano una vita nomade, spostandosi su dei carri trainati da buoi, fermandosi nei vari villaggi per offrire i loro servizi di forgiatura e riparazione di attrezzi agricoli e domestici. Lohar, semplicemente, significa “fabbro” (da loha = ferro).
Secondo una delle leggende associate all’origine di questa comunità, secoli fa erano fabbri armaioli alla corte di Maharana Pratap, Re di Mewar nel XVI secolo. Dopo la sconfitta del Re per mano dei Mughal, abbandonarono il regno e fecero voto di non tornarvi finché i Mughal non sarebbero stati cacciati, di non vivere in case permanenti e di continuare a muoversi su dei carri.
Oggi molti di loro si sono insediati alla periferia delle città, dove continuano il loro mestiere di fabbri, producendo e vendendo soprattutto utensili da cucina.
Li avevamo già incontrati in altre zone dell’India: una volta, in un villaggio del Maharashtra, ci siamo imbattutti in una famiglia di Gadia Lohar che si spostavano in giro per l’India con un carro trainato – nel loro caso – da un cavallo, una delle ultime famiglie veramente nomadi di fabbri.
Pachewar, da qualche ricerca su internet, ci era sembrato il luogo ideale per incontrarne qualcuno… ed era anche abbastanza vicino a casa.

Ma perché volevamo incontrarli?
Volevo far realizzare degli acciarini da regalare in alcune delle escursioni di Samsara Woods, e volevo che venissero realizzati non con macchinari e stampi moderni, bensì col metodo tradizionale, quello con cui venivano prodotti quando la gente ancora accendeva il fuoco con questo strumento.
I Gadia Lohar, infatti, lavorano ancora coi metodi di una volta. Per lavorare il ferro utilizzano una forgia semplicissima – un buco nella sabbia, riempito di carboni e legna da ardere -, un’incudine, un martello e un paio di tenaglie. Nient’altro.

Cosa sono gli acciarini?
Sono degli oggetti metallici che, combinati con una pietra molto dura (come la selce), venivano utilizzati in passato per accendere il fuoco.
Con la pietra – che, oltre a essere molto dura, o comunque più dura dell’acciaio, deve avere i bordi affilati – si colpisce l’acciarino, staccando in questo modo dei minuscoli frammenti di metallo che, a contatto con l’aria, si ossidano rapidamente, trasformandosi in scintille; queste scintille si fanno cadere su un panno di cotone carbonizzato (char cloth, nel gergo del bushcraft) che, soffiandoci sopra, diventa una brace.
Con questa brace si può facilmente accendere un fuoco, basta inserirla dentro a un “nido” di materiale vegetale molto secco e infiammabile: funzionano bene le felci morte, la corteccia interna di alcuni alberi, l’erba secca, l’artemisia, etc.
Da noi, in Europa, è uno strumento in disuso da oltre duecento anni, da quando sono stati inventati i fiammiferi, mentre in alcune zone dell’Asia, come l’India e il Tibet, è stato utilizzato fino a pochi decenni fa: in Tibet, oltre a essere uno strumento per accendere il fuoco, l’acciarino (chiamato chakmak) era anche un ornamento che si indossava alla cintura, corredato da un borsello in cui si metteva l’esca, ovvero il materiale secco.
Oggi è un oggetto da collezione che si trova con un po’ di difficoltà nei rigattieri di Kathmandu, Leh o Darjeeling.

Insomma, com’è andata a Pachewar?
Abbiamo cercato e trovato, non senza qualche difficoltà, l’insediamento dei Gadia Lohar, un gruppetto di case di fango e paglia ai margini del villaggio, lungo una strada polverosa.
Qui vivono alcune famiglie di fabbri. Una di queste, quella che ci ha approcciato per prima e a cui abbiamo affidato la produzione degli acciarini, era composta da un numero indefinito di persone, adulti, anziani e bambini, ma il nucleo principale era formato da Ram Kwar Lohar, il fabbro più esperto del villaggio, e le due mogli.
Non è comune che un uomo indù, in India, abbia due mogli, e onestamente non abbiamo ben capito il perché di questa eccezione, né ci è sembrato il caso di indagare troppo, anche se Ram Kwar Lohar ci ha tenuto più volte a specificare che una delle due era storpia, probabilmente a causa della poliomielite, e che le due mogli sono, tra di loro, sorelle.
Gli abbiamo mostrato l’acciarino che volevo fargli realizzare e, con nostro stupore, abbiamo scoperto che sapevano benissimo di cosa si trattava: fino a 20/25 anni fa lo usavano anche loro per accendere le bidi, le sigarette di foglie arrotolate, e ne avevano addirittura un pezzo in esposizione nel loro banchetto, uguale a quello che avevo portato.
Mi sono raccomandato sul tipo di acciaio da usare – ad alto contenuto di carbonio, altrimenti diventa troppo duro e la pietra non lo scalfisce – e siamo tornati il mattino dopo.

Li abbiamo guardati lavorare per un paio d’ore alla forgia, un buco nella terra di fronte alla loro capanna.
Il marito, come da tradizione dei Gadia Lohar, adoperava martello e tenaglie, modellando l’acciaio dopo averlo scaldato nel fuoco. Le due mogli lo aiutavano: una azionando a mano la ventola con cui tenevano vivi i carboni ardenti, l’altra maneggiando il martello quando c’era da tagliare le lime da cui è stato ricavato l’acciaio per gli acciarini (le lime sono generalmente fatte con acciaio ad alto contenuto di carbonio, ottimo per gli acciarini).
In due ore, con una tecnologia non molto diversa da quella che usavano i fabbri dell’Età del ferro, tremila anni fa, hanno realizzato dodici acciarini, dodici pezzi assolutamente unici che questa primavera ed estate (2026) verranno dati in omaggio a chi parteciperà ad alcune delle escursioni di Samsara Woods, quelle da tre giorni.

Se vuoi imparare ad accendere il fuoco con questo strumento, ti aspetto in Val Grande!
Grazie per aver letto questo articolo!
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